Ieri notte ho sognato Matthew Barney che, conciato esattamente così

dormiva tranquillamente nel foyer di un non meglio identificato teatro…
…insomma, non mangiate zuppa di farro il sabato sera…
Ieri notte ho sognato Matthew Barney che, conciato esattamente così

dormiva tranquillamente nel foyer di un non meglio identificato teatro…
…insomma, non mangiate zuppa di farro il sabato sera…
and words are all I have…
Nonostante il grande scoramento provocato dal lavoro, l’emozione della letteratura sta tornando in maniera preponderante dento me, segno, probabilmente, della stabilizzazione delle cose.
Sono riuscita, di nuovo, dopo tanto tempo, a liberarmi e scrivere una cosa con la mente aperta, lasciando andare i freni, senza l’ansia delle gabbie dentro cui stare nel circo del giornalismo d’arte, scoprendo che non importa quanto il soggetto del tuo scrivere sia bravo, conta come lo fai uscire nelle tue parole, ed il risultato è qui; ma anche una cosa più “controllata”, ma sempre molto me, questa.
Ho trovato una grossa possibilità, un concorso per giovani critici, indetto da una mega rivista inglese, che oltre ad avere in palio un bel po’ di soldini, offre anche la commissione di un articolo da pubblicare in autunno. E la voglia di impegnarcisi è immensa.
Ho ricominciato a leggere, dopo mesi di buio, grazie agli splendidi regali si compleanno dei miei amicici. Ho riscoperto la voglia di far conoscere agli altri le meraviglie che vivono dentro i libri - certe volte penso che se fossimo nel migliore dei mondi possibili, mi piacerebbe fare l’insegnante, ma purtroppo siamo molto lontani da ciò.
Mi sono commossa sapendo che Alessandro Baricco ha regalato un suo riadattamento di Novecento per farla diventare un numero speciale di Topolino, in uscita domani. Se avessi un figlio, quello sarebbe la più bella cosa che potrei regalargli.
E se penso che Boris Vian il suo capolavoro l’ha scritto a 27 anni, tiro un respiro…
Ho ancora un anno per il mio masterpiece.
Se è vero che Al Qaeda ha invocato la maledizione di Allah su Berlusconi, beh, io la invoco su colui che ha inventato il salone del mobile e il fuorisalone, trasformando per una settimana Milano in un buco di traffico e persone il cui unico interesse è mangiare gratis e rompere i maroni a chi dovrebbe lavorare.
Fondazione Prada, venerdì 18 aprile, inugurazione Nathalie Djurberg. Pioggia. Casino. Dentro, milioni di persone, mostra inavvicinabile. Suona un telefono (non mio): “pronto…sì, siamo da Prada…boh, una cosa una mostra… non lo so, Na-ta-li-bus-de-ng, rul-gem-b, boh, chissenefrega, ma tu vieni!”
Ecco, se anche voi vosti stati lì, come me, per lavoro, vi assicuro che la voglia di traformare l’ombrellino piegevole di h&m da 1,95€ in un’arma inconvenzionale sarebbe stata molto forte.
Anyway, Natalie Djurberg ne sa a pacchi, anche se dopo decenni che fa le stesse cose ha un po’ stufato. E la Fondazione Prada dovrebbe investire qualche euro in impianti di aerazione.
(..sì, sono in redazione, e scrivo sul blog… sì, cambio idea a tempo di record. Ho anche un portapenne e due stampers su tavolo, e allora??)
Era una pausa pranzo tranquilla, quando scorgo un articolo tra le pagine d’arte del NYTimes. Volete sapere cosa dicono di noi all’estero? Subito accontentati!
“Italy has become the basket case of Western Europe. So everybody says. This winter the government, chronically geriatric, fell for the umpteenth time. Decades of festering indecision caused rotting garbage to pile up in the streets of Naples.
But then there’s the contemporary art scene.
A museum is under construction in Rome, nicknamed Maxxi, designed by Zaha Hadid. A museum opened in Bologna called Mambo. The Prada Foundation bought an exhibition space in the south of Milan; Rem Koolhaas will be that architect. And in the north of Milan there’s Hangar Bicocca, devoted to gigantic installations; Anselm Kiefer’s, an awesome series of towers, has become a pilgrimage site.
In Naples, Madre, a contemporary museum, has a new place. So does the Maramotti family’s art collection.
More is happening in Turin. And Venice has recently turned its customs house over to the French billionaire François Pinault, to show off his collection.
“Foreigners feel free to make fun of Italy and complain that it’s creaky and corrupt,” said Lorcan O’Neill, a dealer who runs one of the best high-end galleries in town [Roma, Ndr]. “For whatever reason, they think it’s charming to insult Italians, never mind that then they go off and buy Prada, eat Italian food and covet Ferraris.” But, he adds, the state still thinks of culture in terms of antiquities, so that’s where the money goes.
“It’s medieval,” the veteran curator Germano Celant said. “All these different villages, city against city, museum against museum — every institution is a one-person project; otherwise nothing happens. There’s no structure, no official culture of expertise.”
Talk about accumulating a modern art collection out of the Venice Biennale — a ready-made source that could have produced a first-class museum — typically came to nothing.
So private collectors have been left to pick up the slack, for which they’re not really suited. The Italian tax system further burdens them.
Lia Rumma opened a gallery in Naples in 1971, then a second one in Milan 18 years later. She showed Minimalism and Conceptualism when they were nearly unknown here. She nurtured a coterie of young collectors.
“But the market can’t substitute for what really sustains artists, meaning museums, public support and recognition,” she said.
In Turin, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, oversees a foundation that has staged a variety of world-class shows. “When I started to collect and visited Germany and London,” she said, “I was shocked to see contemporary Italian artists who were nowhere to be found in Italy. The focus here on antiquity is a way not to be involved more in this moment. But I think things are changing.”
They clearly have changed in Turin. The Castello di Rivoli Museum of Contemporary Art now totals maybe 300 works, mostly large installations. Lothar Baumgarten has painted the walls of one room an electric blue and added bird feathers. Sol LeWitt did murals in another room. About 100,000 people visit each year.
“It’s only recently that people in Italy have begun to recognize contemporary art as a cultural value, which other countries use, for economic purposes,” Marcel Beccaria, the curator, said. “Italians have been slow to see there’s a whole economic world out there that rotates around it.”
But Turin is one case, Rome another. Pepi Marchetti Franchi, who manages Larry Gagosian’s new gallery here, said of Mr. Gagosian: “When he first saw Rome long ago, he fell in love with the city, and now he can afford to be extravagant, and he thinks artists he’s interested in will feel the same way about exhibiting here. It’s not for the market. There hardly is any market.”
Where Rome ends up will depend partly on Maxxi, the state’s modern art museum. A building is under construction. Anna Mattirolo, who has worked in the government arts administration for years, directs it. She said it had been tricky, over the years, getting Culture Ministry bureaucrats to approve contemporary acquisitions. But it has gotten better, she said.
“It’s our culture,” Ms. Mattirolo said. “There’s no point in fighting it. It’s impossible to say what will happen. All I know is that if we call great international artists and ask them to do exhibitions, they will come.”
She added, “This is Italy,” and shrugged.”
Qualche settimana fa, nel mezzo del delirio per la mia nonna, avevo vinto un nuovo web magazine. Ora, è on line la mia prima recensione. E’ più ispirata di quelle per exibart - non so perchè la gabbia di layout di questi ultimi mi toglie anche la libertà di scrittura. La potete leggere qui.
Difendo quello che faccio sempre e comunque davanti a tutti, ma questa volta ho vacillato. Probabilmente non era proprio il periodo adatto per ricevere delle critiche, con tutto quello che sta succedendo. Ma come disse il vecchio saggio Giovanni Bonelli (e approfittate delle sue perle di filosofia finché ce n’è, che da marzo Vivere chiude per sempre) “Da un grande male un grande bene”. E allora ci ho pensato, e ancora una volta mi sono data ragione. L’oggetto del contendere, ancora una volta, i maledetti Subsonica e la loro mostra, più precisamente l’articolo che ho scritto per Exibart, “Lontani dall’ombra”. Un po’ me lo aspettavo, ma la grossa crisi di stamattina, acuita anche dal silenzio del Curatore, mi ha fatto riflettere sulla strada che sto percorrendo.
Beh, io la serata organizzata dai Subsonica mi sento di difenderla in tutto e per tutto. Quell’articolo lo riscriverei mille volte. Il motivo è uno, ed è molto semplice: se cinque torinesi con il cappellino in testa riescono a portare trecento sedicenni in una galleria d’arte, loro per me sono i più grandi creatori di cultura di questo mondo. La mostra una marchetta? Può essere, così come lo è stata quella “Curve pericolose” organizzata da Triumph per la nuova linea di costumi da bagno. Ma se queste marchette mi permettono di portare a vedere arte contemporanea persone che altrimenti mai avrebbero varcato la soglia di un museo o una galleria, io allora vorrei che ne organizzassero una al giorno. Cosa c’è di sbagliato? Nè il signor Triumph, nè uno dei Subsonica ha avuto la presunzione di assurgere al ruolo di artista e esibire opere da lui prodotte; le mostre esponevano artisti che fanno gli artisti nella vita, non che vedono l’arte come sfizio della domenica, e che sfruttano il loro nome per avere fama.
E vi assicuro, che lo stacco di coscia non è necessariamente inversamente proporzionale all’attività cerebrale. Never judge a book by its cover, dicono. Così, se io mi incavolo per chi mi giudica solo dalle scarpe, perchè dovrei fare lo stesso?
Se dieci anni fa mi avessero detto che avrei potuto passare una serata come questa, avrei probabilmente pianto per l’emozione.
E invece no, ora sorrido, felice di avere un lavoro non pagato ma che mi appaga completamente.
Stasera, alla Neon>FDV c’è stata la presentazione del nuovo album dei Subsonica, Eclisse, per il cui lancio hanno organizzato una mostra in galleria, 5 giovani artisti che reinterpretano il tema del titolo del disco. Serata blindatissima, e io c’ero, con le mie scarpe rosse che non hanno neanche fatto male, a gironzolare tra le opere, chiacchierando con i ragazzi della band, per scoprire che Samuel ama Burri e l’arte, e va sempre ad Artissima, e forse ne capisce più di me; che Boosta è simpaticissimo e veramente easy, che la moglie - ovvero Fernanda Lessa, assente però stasera - è una grande esperta e collezionista di arte contemporanea; che Max Casacci, che ho sempre reputato il più intelligente dei cinque, ha in realtà le scimmie urlatrici nel cervello, e senza neanche essere simpatico. Ho parlato con Manuel Agnelli, arrivato verso la fine della serata, e ancora una volta ho capito che lui sarà sempre il mio preferito, per l’intelligenza e la forza di svelare le carte senza paura, anche quando svelano cose scomode. Come ad una qualsiasi festa, scambiavo due parole con persone che fino a un paio di anni fa idolatravo da sotto un palco, e che per me erano gradini più in alto rispetto al genere umano.
Io ero lì, e fuori una coda infinita di ragazzine che sperava di entrare, che urlava, in cerca di un autografo o di una foto. Dieci - ma anche cinque, o tre - anni fa sarei stata una di loro, ora sono una di quelle che tanto invidiavo in queste situazioni.
Cara “generazione 1000 euro”, da una di voi, ve lo posso assicurare: non è lo stipendio a rendere la propria vita inimitabile.
Amo le giornate tranquille.
Quindi, stamattina ho scritto la nuova recensione per Lobo, stavolta è toccato a David Lachapelle. Dopodichè, alle 13.30 sono partita con le mie Fornarina rosse per il colloqui da Care of (sì, quelli molto poco professionali della volta scorsa), probabilmente convinta che come interlocutore avrei avuto Stefano Accorsi. Invece no, davanti a me c’era Chiara Agnello, e neanche una sedia libera in tutta la galleria - abbiamo parlato appoggiate all’installazione di Zimmerfrei -> MOSTRA STUPENDA! Tutta incentrata su Milano e le sue storie, con tanto di colonna sonora degli Afterhours. Il tutto è durato circa mezz’ora, quindi, alle 15.45 ero già a zonzo per Milano, dato che l’inaugurazione di Chewing Gum Man era solo alle 18. Ho camminato in stile top model fino a 10 Corso Como, preso la metro, e portato i miei piedini di rosso calzati fino alla Rinascente. Qui il delirio, alberi e palline ovunque, persino Chris Martin che cantava Have yourself a merry little Christmas sulle scale mobili, fatto sta che improvvisamente le mie estremità hanno cominciato a ribellarsi, lanciando staffilate di dolore tra le cinture di Gucci e i portafogli di Vuitton. Neanche cospargermi di Mitsouko è servito ad anestetizzare il male terribile. In compenso, è perfettamente riuscito nel trasformarmi in mia nonna. Comunque, da vera stoica, ho continuato a camminare, trascinando le mie terga doloranti per tutta via Montenapoleone, non ho neanche capito cosa ci fosse nelle vetrine, l’unica cosa che mi ricordo di questa via crucis erano le scarpe esposte da Prada, di vernice azzurra, decine di paia abbinate ad altrettante scatole, il cui pantone tendeva a un tono leggermente diverso da quello del pellame tale da produrre in me un fastidio ulteriore. Ormai giunta davanti ad Armani, non ho resistito, e mi sono lanciata a peso morto su una panchina. Ma la meta era ancora lontana, in via dei fiori chiari. Mi sono rialzata, e per tutta via Borgonuovo a ogni passo mi sono ripetuta “non fa male, non fa male”. Stringendo i denti, sono arrivata fino alle seggiole davanti all’aula 44 dell’Accademia. Erano ormai le 18, vale a dire 4 ore e mezza da quando ero uscita di casa, 4 lunghissime ore di deambulazione su tacco 10. Ma ormai ero lì, al traguardo, ce l’avevo fatta, un ultimo minimo sforzo, per raggiungere la Galleria L’Immagine. Ed eccomi lì! Applausi! C’era Jacopo da Chiuduno, Kate da Londra, e alla fine persino il Curatore! Naturalmente, per passare il livello c’era anche lì la difficoltà: la malefica scala stretta, trafficata e senza corrimano. E neanche una cassetta della frutta abbandonata per sedersi. Ma ce la posso fare, resisto. Ore 19.15, tempo di spostarmi di nuovo, fino a il Torchio. Ciò significa rifare tutta la strada fino alla metro, e poi arrivare dalla fermata di Porta Romana fino alla galleria. Più facile a dirsi che a farsi. Segno il nuovo record di quasi 20 minuti per fare via Borgonuovo, pensando seriamente almeno tre volte di togliermi le scarpe e proseguire senza. Scendo le scale non so come, trovo anche la forza di dare delle indicazioni a una signora che deve raggiungere piazza Duomo. Arrivo sulla banchina, e, provvidenzialmente, incontro Alice e la sua amica Geo. Quest’ultima mi dice che soffrire per un paio di scarpe così vale sicuramente la pena: era esattamente quello che volevo sentire. Riparto di slancio, tanto mentre aspetto la metro e durante il viaggio riesco a stare seduta. Al momento di scendere non mi sembra vero: il dolore è diminuito, riesco ad arrivare al Torchio senza sembrare uno di quei finti invalidi tipo Striscia la notizia. Quando a casa riesco a togliere le scarpette rosse sono ormai le 20.45. Significa 7 ore e un quarto consecutive e quasi tutte in piedi. Senza neanche una vescica, alla facciazza di Frida Giannini.
Ieri, prima trasferta Torinese, per Artissima, con La Ve, Pippo, e HH.
Viaggio in macchina sempre troppo lungo, città con una viabilità peggio di quella de Il Cairo, vento gelido di montagna e quaranta gradi dentro il Lingotto, ingresso rigorosamente a pagamento (grazie al Curatore per la gentilezza), un milione di persone in fiera, solito piattume e nomi noti nella proposta artistica, se non altro ho incontrato Marco Rainò dopo un sacco di tempo.
Dopo Artissima, altro delirio nel traffico dello struscio sabaudo del sabato pomeriggio, verso l’inaugurazione della Fratelli Calgaro alla galleria Dieffe, casino, macchine ovunque, non un posto per parcheggiare tanto HH e Pippo ci hanno aspettate in macchina mentre io e La Ve abbiamo dato un’occhiata alla mostra, deserta.
La vera serata è arrivata solo per cena, al McDonald’s di viale Giulio Cesare, grazie ai buoni sconto della Ve, che hanno fatto esibire Pippo in due BigMac e 4 Chicken McNuggets.
Il ritorno a casa è stato come al solito un viaggio della speranza sull’Agila…
…e il pensiero di dover tornare a Torino domattina non mi rende certo felice…
Di ignoranza ci piace, e allora ieri sera tutti in massa all’inaugurazione da JZ Art Trading (per chi avesse perso le puntate precedenti, la galleria di Jonathan Zebina, calciatore juventino). Questa volta è toccato a Rotella, curato da machevvelodicoaffare? Gruppone al gran completo: HH, Mamma Korette, Alice, La Ve, Jacopo da Chiuduno e persino Valsecchi! Guest stars stavolta, oltre agli immancabili Corradi+Santarelli, Ana Laura Ribas, Antonio Cassano, e Dacour (di cui non so il nome di battesimo).
Il migliore di tutti è stato come sempre Jacopo, che ha voluto fare una foto con il suo nuovo amico Antonio da Bari Vecchia.
Finisco ringraziando sentitamente Frida Giannini per le piaghe da francescano che mi hanno regalato gli stivali della sua maison, neanche quelli di Scarpe&scarpe erano riusciti in tanto devasto.