Che la Riforma Gelmini e i tagli all’università e alla ricerca della finanziaria siano un problema immane, sia dal punto di vista sociale, sia culturale, è fuori da ogni dubbio. E non parlo delle facoltà da tre iscritti, figlie della Riforma Moratti, ma di quelle come la mia, con 1200 iscritti e tre docenti di disciplina base.
Il problema, come sempre, è il modo in cui si esprime il dissenso, la non accettazione, il non essere d’accordo. Le manifestazioni di piazza non hanno più senso, già da un po’, perchè tra il rimpallo di cifre, le bandiere che sventolano, e gli slogan, il problema VERO si perde dietro a milioni di speculazioni e strumentalizzazioni.
Io, oggi, lo sciopero generale della scuola l’avrei organizzato in modo diverso. Perchè, invece di scendere in piazza, oggi i professori non sono entrati in classe, e, al posto del programma canonico, non hanno parlato con i ragazzi, non li hanno messi nelle condizioni di acquisire gli strumenti per capire, perchè non hanno letto tutti quei testi fondamentali per la coscienza critica di un individuo, che nelle scuole non entrano neanche in fotografia? Perchè uno i Promessi Sposi smette di odiarli a 30 anni, ma i discorsi dei Kennedy, di Martin Luther King, di Gandhi, la Repubblica di Platone, i Ragazzi di vita di Pasolini, il suo diario del viaggio in India con Moravia e la Morante, i film di De Sica, possono aprire gli orizzonti di ragazzini di 15 e 17 anni. Senza poter essere inquinati da spranghe e manganelli, da divise antisommossa e bomber neri. L’ultimo faccia a faccia tra Kennedy e Nixon è stato pubblicato persino su Amica, che ho comprato all’aeroporto solo per il mascara di Dior in regalo (così faccio felice chi mi crede una London Party Girl incapace di pensare, e fatta solo di Kultura).
Io, al posto del crocifisso, nelle aule farei appendere una riproduzione della Guernica.
A due mesi esatti dal ritorno, ho capito dove avevo già visto lo stand porta abiti che avevo in camera a Londra quest’estate: nella mia cabina armadio.
Meglio tardi che mai.
I’m going missing for a while…
…I’ve got nothing left to lose,
I’ll listen to anything.
Perchè dover rendere conto di quello che faccio – e che scrivo, che ascolto, che vedo – a chi neanche mi conosce?
Me ne sono resa conto persino io, la vecchia moda del mettere il becco nelle faccende altrui, giudicando senza sapere, è terribilmente passata.
Se uno ha una vita propria, ha poco tempo da dedicare a queste cose.
No, perchè, io scrivo che lavoro, lavoro, lavoro, ma poi i frutti non si vedono, e allora potreste cominciare a dubitare di me… Una volta postavo i link a tutti gli articoli pubblicati, poi ho smesso, perchè mi sembrava troppo autoreferenziale.
Invece ora ricomincio! Dunque, ecco cosa vi siete persi:
* Una recensione molto ispirata per una mostra in realtà tanto bella quanto inutile.
* Una recensione molto politica per un’opera d’arte che tale non sembrava.
* Un’intervista fresca fresca con un (ex) writer.
L’unica persona che avessi mai intervistato in vita mia, era stato Tomaso per l’esame di Meneguzzo. E Cordon Bleu per la tesi, ma quella alla fine era stata più una chiacchierata informale che una vera e propria intervista. Non è andata malissimo, stavolta, per lo meno non ha risposto a monosillabi…
A voi lo spernacchiamento, che tanto qui non ci offendiamo…
Ok, sono ufficialmente stressata.
Telefono che suona ogni trenta secondi, un miliardo di email, messaggi su facebook, my space, messenger che non dà tregua. Da quando sono a casa lavoro dieci volte più di quando passavo otto ore al giorno in redazione. Sarà che mi ci metto in prima persona, sarà che sono progetti a cui tengo tantissimo, ma ho l’agenda che esplode e tantissimo da scrivere. Finalmente.
Scusate, ma come hanno fatto i Kings of Leon a diventare così fighi, da quei quattro boscaioli anni Settanta che erano?
…misteri…
Poi, improvvisamente, rincontri, anche se solo dietro uno schermo, una persona che non vedi da almeno vent’anni, che avendone 26 non è poco. E si ricorda di te, e si chiacchiera come se vent’anni su 26 non fossero mai passati. Sole, mare e gioventù.
Pensare che poco prima avevi salutato per la prima volta in 12 anni, sempre dietro il monitor, uno dei tuoi migliori amici delle medie, quello con cui cantavi “Ricominciamo” di Pappalardo a squarciagola nell’intervallo, e poi più nulla dopo quella fine di giugno del 1996.
Sì, sono una social network addicted, ma sentimentale e nostalgica come sono queste cose mi aprono il cuore.
In una giornata in cui ti accorgi che quello che desideri è sempre più vicino, bastano due persone che ci credono.
E in questo stato d’animo assurdo basta una canzone delle Vibrazione a farti sciogliere.
Forse è vero, per risalire è proprio necessario toccare il fondo. Solo che, ogni volta, il fondo è sempre remoto e lontano, e tornare a vedere la luce è un po’ più difficile. Ma ce la si fa.
Ce l’ho fatta ancora una volta. Ho perso quello che avevo, e ora devo ricostruirmi qualcosa di nuovo. Difficile, ma non impossibile, basta una tenacia da spaccare le tavolette del water di balsa con la fronte. E, evidentemente io ce l’ho. Tre giorni di abbruttimento, per ripartire migliore di prima.
Ho perso persone, ma – evviva la retorica – i rapporti veri rimangono anche senza stare a contatto otto ore al giorno. Ho perso ideali che si sono dimostrati cocenti delusioni, per riuscire a ripartire con qualcosa in cui credo davvero.
Mi sono riiscritta a scuola di danza, ho ricominciato a scrivere, ho ritrovato la voglia di stare a contatto con gli altri. Sto scoprendo le gioie del networking.
L’unica cosa veramente negativa che mi ha lasciato tutta la vicenda, sono i 3 chili che non riesco a smaltire.


