Difendo quello che faccio sempre e comunque davanti a tutti, ma questa volta ho vacillato. Probabilmente non era proprio il periodo adatto per ricevere delle critiche, con tutto quello che sta succedendo. Ma come disse il vecchio saggio Giovanni Bonelli (e approfittate delle sue perle di filosofia finché ce n’è, che da marzo Vivere chiude per sempre) “Da un grande male un grande bene”. E allora ci ho pensato, e ancora una volta mi sono data ragione. L’oggetto del contendere, ancora una volta, i maledetti Subsonica e la loro mostra, più precisamente l’articolo che ho scritto per Exibart, “Lontani dall’ombra”. Un po’ me lo aspettavo, ma la grossa crisi di stamattina, acuita anche dal silenzio del Curatore, mi ha fatto riflettere sulla strada che sto percorrendo.
Beh, io la serata organizzata dai Subsonica mi sento di difenderla in tutto e per tutto. Quell’articolo lo riscriverei mille volte. Il motivo è uno, ed è molto semplice: se cinque torinesi con il cappellino in testa riescono a portare trecento sedicenni in una galleria d’arte, loro per me sono i più grandi creatori di cultura di questo mondo. La mostra una marchetta? Può essere, così come lo è stata quella “Curve pericolose” organizzata da Triumph per la nuova linea di costumi da bagno. Ma se queste marchette mi permettono di portare a vedere arte contemporanea persone che altrimenti mai avrebbero varcato la soglia di un museo o una galleria, io allora vorrei che ne organizzassero una al giorno. Cosa c’è di sbagliato? Nè il signor Triumph, nè uno dei Subsonica ha avuto la presunzione di assurgere al ruolo di artista e esibire opere da lui prodotte; le mostre esponevano artisti che fanno gli artisti nella vita, non che vedono l’arte come sfizio della domenica, e che sfruttano il loro nome per avere fama.
E vi assicuro, che lo stacco di coscia non è necessariamente inversamente proporzionale all’attività cerebrale. Never judge a book by its cover, dicono. Così, se io mi incavolo per chi mi giudica solo dalle scarpe, perchè dovrei fare lo stesso?
Permalink
1 Commento
C’è grossa crisi. Zero certezze, zero sicurezze, tutto minato alla base e in modo incomprensibile. Rapporti interrotti, rapporti cambiati ma non so nè come nè perchè, rapporti ripresi che in realtà non sono neanche mai iniziati.
Il vuoto delle tue certezze tra le tue pareti che ora
inchiodano il silenzio tra noi due disordine interiore
ma ordine nel paese prigioni tribunali cellulari o
forse chiese, paura della morte, paura della vita
paura che la vita sfuggendo tra le dita,
paura che diversa sarebbe anche possibile,
paura del diverso paura del possibile.
Permalink
2 Commenti
Sarà che la cosa in questi giorni mi tocca particolarmente, sarà che la fiducia nell’Italia è sempre meno, sarà…
Ancora una volta copio e incollo dal Corriere della sera online:
Lo specialista: non curare la sofferenza è come torturare
«Ogni anno muoiono 90 mila malati
di cancro senza terapia del dolore»
La denuncia: oppioidi, Italia ultima nell’Ue
MILANO—«La tragica condizione in cui versa la terapia del dolore in Italia è paragonabile alla tortura per omissione». La denuncia è di Costantino Benedetti, docente di Anestesiologia e terapia del dolore della Ohio State University di Columbus. «Cervello» italiano da oltre 30 anni negli Stati Uniti dove è stato allievo del «padre» della moderna terapia del dolore, Giovanni Bonica, altro italiano (la sua famiglia si trasferì da Filicudi negli States quando lui aveva 7 anni). Bonica è morto nel 1994.
Benedetti ha proseguito la sua opera, restando attento osservatore di quanto «non si faceva » in Italia. «Umberto Veronesi — dice —, da ministro, si è impegnato a rimuovere alcune importanti barriere che sembravano impedire ai medici di prescrivere con facilità gli oppioidi, i farmaci morfino-simili più efficaci per la terapia del dolore intenso. Sono ormai passati sette anni e l’Italia resta ultima in Europa nell’uso di questi farmaci». Pur essendo terza per la prevalenza del dolore cronico (26% su 75 milioni di europei) e prima per il dolore cronico severo (un italiano su 4). Si soffre senza le giuste cure? Lo dicono i dati più recenti (fonte: Centro studi Mundipharma): in Italia la spesa media pro-capite annua dei maggiori oppioidi utilizzati nella lotta alla sofferenza (morfina, ossicodone, tilidina, fentanil, idromorfone e buprenorfina) risulta pari a 0,52 euro, contro i 7,25 e i 7,14 di Germania e Danimarca.
Nel resto dei Paesi europei censiti, la spesa media si aggira attorno ai 3 euro e il nostro Paese risulta ben distaccato rispetto alle realtà immediatamente precedenti: Olanda 2,47 euro, Belgio 2,38 e Francia 2,36. Una recente analisi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sottolinea come nel 2004 l’uso di morfina annuale pro capite in Italia era di 5,32 milligrammi, mentre in Austria era di 115,71. Ancora più allarmanti sono i numeri che snocciola Benedetti: «Nel 2005 in Italia si sono consumate 22 milioni di dosi di oppioidi. Insufficienti. Le linee-guida sulla terapia del dolore sostengono che un paziente con dolori continui ed intensi, come quelli da tumore, necessita di almeno una dose di oppioidi al giorno. Totale: 365 dosi per paziente all’anno».
Calcolatrice alla mano, 22milioni di dosi servono per controllare il dolore di 60 mila pazienti. Ma in Italia ogni anno muoiono di cancro oltre 150 mila malati. «E più del 70% di loro soffre dolori incoercibili », dice Benedetti. I conti non tornano. «Qualcuno non riceve morfina — risponde Benedetti —. E parliamo solo dei malati oncologici terminali». Insomma, circa 90 mila pazienti nel 2005 sarebbero morti senza un’adeguata cura anti-dolore. Benedetti scuote la testa: «I conti non tornano». Se poi al dolore oncologico si aggiunge quello cronico di qualsiasi intensità e natura, il numero dei sofferenti—dicono le statistiche — oscilla tra il 15 ed il 25% della popolazione. Secondo l’università dell’Ohio, il 10% della popolazione soffre di dolori cronici intensi.
Calcola Benedetti: «Circa sei milioni di italiani. Di conseguenza, in base al consumo di oppioidi nel 2005, si può affermare che ad ogni paziente italiano con dolori intollerabili è stata somministrata, in media, una dose di oppioide ogni tre mesi. Altro che giornaliera ». Tutto ciò è etico? «E’ etico omettere la corretta terapia? In tutte le nazioni civili neppure il peggiore dei criminali viene sottoposto alla tortura. E un dolore intollerabile causato da una malattia, e non trattato, equivale ad una tortura continua». Benedetti conclude citando Primo Levi: «Se sappiamo che il dolore e la sofferenza possono essere alleviati e noi non facciamo nulla, noi stessi siamo dei carnefici».
Note dolenti. Ma c’è n’è una anche positiva. Arriva da Pisa. Si tratta di un test del sangue che misura la soglia del dolore individuale e come ognuno risponde ai farmaci. L’hanno messo a punto Paolo Poli, direttore dell’unità di terapia del dolore, e Paolo Barale, genetista. «Semplice quanto efficace — spiega Poli —: un normale esame del sangue consente d’identificare la risposta genetica personalizzata alla terapia farmacologia. Un risultato che emerge dopo tre anni di studi e ricerche su 300 pazienti (40% oncologici, 60% non oncologici ed afflitti da patologie comuni come il mal di schiena, dolori artrosici). L’indagine riguarda in particolare l’impiego della morfina e permette di quantizzare la dose trasportata, tramite una proteina, al suo specifico recettore cellulare. Si può ottenere così la massima efficacia con il minimo di farmaco». La scoperta è pubblicata su Clinical Pharmacology and Therapeutics.
Mario Pappagallo
Permalink
1 Commento
Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon cœur
D’une langueur
Monotone.
Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l’heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure;
Et je m’en vais
Au vent mauvais
Qui m’emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.
Permalink
Nessun Commento
Tough, you think you’ve got the stuff
You’re telling me and anyone
You’re hard enough
Permalink
Nessun Commento
Anche quando gli scogli
si inabissano
E dalla riva
tracce di vento
l’oceano brucia di nubi
spegnendo il cielo
(È) l’ira dell’isola
che si risveglia, lei lo sa
solo una scia, un grido lontano
Frederick
La nonna di Frederick lo portava ancora al mare
e sulla sabbia impronte
quelle ormai di un uomo
E dalla riva
come un tempo
l’oceano brucia di nubi
nere nel cielo
Ma non è l’isola
emorragia chimica
è un’agonia di lamiere lontano
Frederick
Permalink
Nessun Commento
Penso che una giornata peggiore di questa non sia riscontrabile a memoria d’uomo. La lista delle cose orrende successe oggi richiederebbe troppo tempo. Del resto, basta guardare fuori dalla finestra: il tempo non poteva che portare tristezza e problemi.

Permalink
Nessun Commento
Ok, ok, Milla, lo ammetto, io e Fernanda Lessa sniffiamo insieme tutti i lunedì, tagliamo sul suo tavolino di Arman (che non è ARMANI), e per tirare usiamo l’unghia lunga del mignolo come ci ha insegnato la foto di David Lachapelle… nel frattempo suo marito addormenta la bimba cantando a squarciagola “Io sono il tuo dj” - e da questo tutti capiscono come mai lo relegano alle tastiere senza microfono. Ovviamente, la coca la porto io, nel tubetto del lipgloss di Dior finito, che nascondo nella tasca interna della mia Birkin di struzzo fuxia. Arrivare a casa loro è sempre un problema, perché parcheggiare la mia Hummer nel centro di Torino non è certo semplice. Qui a casa mia - anzi, dei miei - non li invito più, perché l’ultima volta, fattissimi, sono inciampati sullo scalone, facendo crollare il Warhol dalla parete, un danno irreparabile.
Scherzi a parte. Quando Boosta mi ha detto quella cosa, sinceramente, dentro di me sono scoppiata in una risata fragorosa. Poi ci ho pensato, e mi sono detta: perché una ragazza bella e famosa deve essere per forza una gallina senza cervello? Io non la conosco, non posso giudicare. E allora, invece di fare all’italiana, dove la presunzione di innocenza non esiste, esiste solo quella di colpevolezza, io voglio crederci. E poi, al massimo, ravvedermi.
Ieri sera, per riprendermi dallo scoramento della giornata, la doppia coppia io e HH+La Ve e Pippo si è recata al cinema per una serata all’insegna dell’impegno civile. La pellicola prescelta è stata “Die Hard: vivere o morire”. Due ore, per un totale di circa 18 parole, 30 esplosioni, un appartamento sventrato, un elicottero abbattuto lanciando una macchina a tutta velocità su un casello autostradale che facesse da rampa, e un f35 che rincorre un camion sul livello inferiore di un’autostrada a carreggiate sovrapposte. Un’opera da Oscar, con dei picchi di trash talmente alti che, facendo il giro, arriva al cinema politico polacco.
Ora, sono già tornata in modalità Bevitrice di Assenzio di Degas, con un computer al posto del bicchiere…

Permalink
2 Commenti
Solo un momento
un po’ di tempo per me
nel mio mondo inutile
il tuo sorriso mi disgusta
Sono contento
di essere infelice
si apre il sipario ma
non credere
io non so fingere
io non so fingere
Libero dentro
io non esco da me
sono chiuso in gabbia ma
prendimi
prova a prendermi
sì, prova a prendermi
Show me your hand
non sarei più lo stesso
Show me your hand
prova a ridere adesso
Show me your hand
non mi fermare adesso
Show me your hand
non puoi toccarmi dentro
Libero dentro
un mondo di favole
vittima di un incantesimo
baciami
sì, ho detto baciami
voglio tornare ROSPO
Show me your hand
voglio tornare ROSPO
Show me your hand
superficialità mediokrità successo
Show me your hand
non mi fermare adesso
Show me your hand
non puoi toccarmi dentro
Show me your hand
voglio tornare ROSPO
Show me your hand
moralità formalità già dato
Show me your hand
non mi fermare adesso
Show me your hand
ipokrisia televisiva conati
Show me your hand
non mi fermare adesso
Show me your hand
non puoi toccarmi dentro
Permalink
Nessun Commento
Rispondo pubblicamente a Pois, che ha commentato il post precedente.
Le mie cosine poco cheap me le pago lavorando. Così come con i soldi che guadagno mi pago le vacanze, le trasferte fighe e le trasferte di lavoro, che non mi vengono rimborsate, ma chissenefrega. I party verivericul, come li chiami tu, sono per me occasioni di lavoro. Sì, sto finendo Brera, sono laureata in Storia dell’Arte, e non mi sento certo inferiore o meno impegnata di chiunque studi in una qualsiasi altra facoltà. Hai studiato fisica? Brava, saprai sicuramente un sacco di cose, ma non conosci il rispetto per chi ha fatto scelte diverse dalle tue.
Non pago un affitto, non vivo da sola, e finchè non avrò le bollette da pagare a fine mese, potrò comprarmi tutte le scarpe e i mascara che voglio senza sentirmi in colpa. Il motivo per cui non me ne vado da casa non vengo certo a raccontarlo a te. Hai avuto meno possibilità di me? Ok, ci sta. Ma non per questo devi un’altra volta giudicarmi.
Ho criticato Padoa Schioppa, perchè non deve permettersi di insultare chi non ha a portata di mano - e io sono tra questi - la possibilità di avere una famiglia e una casa. E critico anche, come nel post di oggi, chi si crogiola in questa cosa, e se ne approfitta, invece, per farsi i soldini facili scrivendo pagine e pagine di luoghi comuni, che tanto tutti conosciamo, magari anche meglio.
Cara Pois, invece, tu sei proprio una di quelle che nella tua situazione da super donna che si è fatta da sola ci sguazza, almeno dalle tue parole. Perché non conoscendoti, non posso che trarre delle conclusioni da quello che scrivi. Tu, invece, ti sei divertita a inventarti il mio mondo, di cui, francamente, oltre a tutto, non hai capito veramente niente.
Permalink
10 Commenti